
Di seguito qualche stralcio di un interessante articolo di Beatriz Preciado, ricercatrice presso l’università di Princeton e docente di Teoria del genere e Storia politica del corpo presso l’università di Paris 8. Il suo libro Manifesto contra-sessuale è pubblicato in italiano da Il Dito e la Luna, Milano.
Un’anticipazione mica male della prossima puntata de Il posto del cuore, sabato 11… prestissimo!!
“Catharine Mackinnon e Andrea Dworkin, portavoci di un femminismo antisessuale, utilizzano la pornografia come modello per spiegare l’oppressione politica e sessuale delle donne. Usando lo slogan di Robin Morgan “la pornografia è la teoria, la violenza sessuale la pratica”, condannano la rappresentazione della sessualità femminile portata avanti dai mezzi di comunicazione come una forma di promozione della violenza di genere, della sottomissione sessuale e politica delle donne e chiedono l’abolizione totale della pornografia e della prostituzione. Nel 1981, Ellen Willis, una delle pioniere della critica femminista rock negli Stati Uniti, sarà la prima a intervenire in questo dibattito per criticare la complicità di questo femminismo abolizionista con le strutture patriarcali che reprimono e controllano il corpo delle donne nella società eterosessuale. Per Willis, le femministe abolizioniste restituiscono allo Stato il potere di regolare la rappresentazione della sessualità, concedendo un doppio potere a una istituzione ancestrale di origine patriarcale. I risultati perversi del movimento contro la pornografia si sono visti in Canada, dove con l’applicazione delle misure di controllo sulla rappresentazione della sessualità secondo criteri femministi, le prime pellicole e pubblicazioni censurate sono state quelle provenienti dalle minoranze sessuali, in particolare le rappresentazioni lesbiche (per la presenza di dildo) e le lesbiche sadomasochiste (considerate offensive per le donne dalla commissione statale ), mentre le rappresentazioni stereotipate della donna nel porno eterosessuale non sono state censurate.
Di fronte a questo femminismo di Stato il movimento post-porno afferma che lo Stato non può proteggerci dalla pornografia, prima di tutto perché la decodifica della rappresentazione è sempre un lavoro semiotico aperto dal quale non bisogna astenersi, bensì va affrontato con la riflessione, il discorso critico e l’azione politica. Willis sarà la prima a definire femminismo “pro-sessuale” questo movimento politico-sessuale che fa del corpo e del piacere delle donne piattaforme politiche di resistenza al controllo e alla normalizzazione della sessualità. Parallelamente, la prostituta californiana Scarlot Harlot utilizzerà per la prima volta l’espressione “lavoro sessuale” per intendere la prostituzione, rivendicando la professionalizzazione e l’uguaglianza di diritti delle puttane nel mercato del lavoro. [...]
Siamo qui di fronte a un femminismo ludico e riflessivo chesi sottrae all’ambito accademico per incontrare nella produzione audiovisiva, letteraria o performativa i propri spazi di azione. Attraverso i film della pornofemminista kitsch Annie Sprinkle, le docufictions di Monika Treut, la letteratura di Virginie Despentes o Dorothy Allison, i comicslesbici di Alison Bechdel, le fotografie di Del La-Grace Volcano o di Kael TBlock, i concerti selvaggi del gruppo punk lesbico Tribe8, le predicazioni neogotiche di Lydia Lunch, o i porno transgenere di fantascienza di Shue-Lea Cheang si crea un’estetica femminista post-porno caratterizzata da un traffico di segni e di artefatti culturali e dalla risignificazione critica dei codici normativi che il femminismo tradizionale considerava come impropri per la femminilità. Alcuni dei riferimenti di questo discorso estetico e politico sono i film dell’orrore, la letteratura gotica, i dildo, i vampiri e i mostri, le pellicole porno, i manga, le dee pagane, i cyborg, la musica punk, le performance nello spazio pubblico come strumento di intervento politico, il sesso con le macchine, le icone anarco-femministe come le Riot Girls o la cantante Peaches, le parodie lesbiche ultrasessuali della mascolinità come le versioni drag king di Scarface o gli idoli transessuali come Brandon Teena o Hans Scheirl, il sesso crudo e il genere cucinato.
Questo nuovo femminismo post-porno, punk, e transculturale ci insegna che la migliore protezione contro la violenza di genere non è la proibizione della prostituzione ma la presa del potere economico e politico delle donne e delle minoranze emigranti. Allo stesso modo, il miglior antidoto contro la pornografia dominante non è la censura, ma la produzione di rappresentazioni alternative della sessualità, fatte da prospettive divergenti dallo sguardo normativo. Così, l’obiettivo di questi progetti femministi non sarebbe tanto di liberare le donne o raggiungere la parità giuridica, bensì di smantellare i dispositivi politici che producono le differenze di classe, di razza, di genere e di sessualità, facendo così del femminismo una piattaforma artistica e politica di invenzione di un futuro comune”.
(Da El País, 13 gennaio 2007; traduzione di Paola Di Cori)
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